Il Rinascimento: Il Rinascimento a Roma

La Tomba di Giulio II

Si ipotizza che Giulio II venne a conoscenza delle straordinarie capacità di Michelangelo tramite Giuliano da Sangallo, il quale informò il Papa circa i grandiosi successi che il giovane scultore stava ottenendo a Firenze, dove aveva da poco ultimato il colossale David.

L’abilità del genio fiorentino aveva già stupito tutti con la famosa Pietà Vaticana, scolpita proprio a Roma nel 1497 a soli ventidue anni, e con altre opere anche pittoriche, come il Tondo Doni del 1503.

Per questo, intorno al 1505 Michelangelo fu convocato a Roma dal Papa, che gli commissionò la realizzazione del suo monumento funebre nella tribuna della nuova basilica di San Pietro.

Il primo progetto della Tomba di Giulio II prevedeva una struttura architettonica gigante, posta al centro della tribuna. Le dimensioni erano imponenti, oltre otto metri d’altezza, e la statua del Papa era circondata su tutti i lati da decine di statue di diverse dimensioni, tra cui un primo Mosè. Il grandioso progetto incontrò immediatamente il gusto dell’ambizioso Papa, che autorizzò rapidamente Michelangelo a recarsi a Carrara per la scelta dei marmi.

Stando alle fonti dell’epoca, durante l’assenza Michelangelo fu vittima di un complotto da parte degli artisti della corte pontificia, soprattutto Bramante, che convinsero il Papa ad abbandonare il progetto della tomba, considerato malaugurante per una persona ancora viva e nel pieno delle sue forze.

Al suo ritorno da Carrara, nella primavera del 1506, Michelangelo scoprì che il suo progetto era stato accantonato in favore dei lavori alla basilica di San Pietro e delle attività belliche del Papa contro Perugia e Bologna.

Non riuscendo a ricevere un’udienza chiarificatrice, Michelangelo, contrariato dal comportamento di Giulio II, tornò a Firenze, dove riprese diversi progetti lasciati in sospeso.

Solo dopo ripetute e insistenti richieste del Papa, e pressioni sul Gonfaloniere di Firenze Pier Soderini, l’irrequieto Michelangelo accettò la riconciliazione, che avvenne tra il 1506 e il 1507 in occasione di una visita del pontefice a Bologna, appena conquistata. Poco dopo, Michelangelo eseguì le prime decorazioni nella Cappella Sistina, ma i lavori al monumento funebre non ripresero.

Dopo la morte di Giulio II, il successo di Raffaello, favorito dal nuovo papa Leone X, ridusse le commissioni per Michelangelo, che ebbe così il tempo di riprendere i progetti accantonati, tra cui quello del monumento funebre.

Nel 1513 stipulò un nuovo contratto con gli eredi Della Rovere, che prevedeva un lavoro più semplice del progetto precedente e che fu ulteriormente ridotto con un altro contratto nel 1516: una struttura architettonica poggiata sulla parete, con schema ispirato all’arco trionfale.

Nel progetto di Michelangelo prevalsero la decorazione plastica sugli elementi architettonici e lo slancio dinamico verso l’alto.

Il Mosè, scultura ispirata ai Veggenti della Sistina, e una serie di figure da poggiare sui pilastri, i cosiddetti Prigioni, cioè nudi in movimento di dirompente carica espressiva, dovevano essere già stati scolpiti nel 1513, ma mentre il primo fu usato per la composizione finale, i Prigioni furono scartati e rimasero allo stato di “non finito”, oggi conservati in vari musei.

Diverse interruzioni, dovute ai tanti incarichi di Michelangelo e ai continui scontri con gli eredi Della Rovere, ritardarono molto il completamento dell’opera, che avvenne soltanto nel 1545.

Il risultato finale, oggi ammirabile nella chiesa di San Pietro in Vincoli, fu un monumento molto ridotto rispetto ai grandiosi progetti originali, ma ugualmente spettacolare e imponente, specie per la figura del Mosè, scolpito in un incredibile gesto di trattenuta dinamicità, sebbene con postura ruotata rispetto alla scolpitura originale.


Le arti tutte, ma più specialmente la musica e la poesia, possono stimarsi due lampi balenati da un medesimo sguardo di Dio.
Francesco Domenico Guerrazzi


L'arte non è una cosa di numeri e di compasso: è soggetta alle passioni, ai pregiudizi, alla voga del dì, alla influenza di alcune piccole circostanze estrinseche e materiali, e a due bisogni umani, che all'apparenza si contraddicono: il bisogno di stupirsi della novità e il bisogno di riposarsi nel consueto.
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