Il Rinascimento: Il Rinascimento a Firenze

L'artista e la bottega

Soprattutto Firenze fu, per tutto il Quattrocento, il luogo nel quale proseguì la tendenza di specializzazione della figura dell’artista verso una visione più intellettualistica della stessa.

La volontà era quella di discostarsi dall’artigiano inteso esclusivamente come lavoratore manuale, per giungere all’artista che opera con l’intelletto nel campo delle “arti liberali”, definizione che nel medioevo si contrapponeva alle “arti meccaniche”, ossia frutto del solo sforzo fisico.

Gli scritti teorici di Leon Battista Alberti chiarirono, e in parte codificarono, questa nuova concezione della figura dell’artista. Nel suo trattato De Pictura, l’Alberti definì il profilo dell’artista come colto, letterato, capace nelle tecniche della sua disciplina, in grado di operare direttamente in tutte le fasi di esecuzione dell’opera, dall’ideazione alla realizzazione pratica, curandone tutti i dettagli.

I maestri rinascimentali furono i primi a tendere verso il ruolo disegnato dall’Alberti, ma il concetto pieno di artista sarà raggiunto solo nel XVIII secolo. Lorenzo de’ Medici diede anche vita alla prima accademia artistica d’Europa, il Giardino di San Marco, nella quale giovani scultori potevano esercitarsi sotto la guida di un tutore, Bertoldo di Giovanni, allievo di Donatello. Purtroppo, però, il Giardino di San Marco, che vide tra i suoi frequentatori il giovanissimo Michelangelo, venne chiuso dopo l’ennesima cacciata dei Medici da Firenze.

In generale, nel Rinascimento la base per la crescita artistica era ancora la bottega, nella quale si esaurivano tutte le fasi di studio, formazione, produzione e commercializzazione.

La carriera dei maestri iniziava da giovanissimi, tra i tredici e i quindici anni, quando si entrava in bottega e si cominciava ad approcciare al mestiere con la pratica.

Ogni artista si specializzava in una determinata disciplina, ma per tutti era basilare la formazione nella pratica del disegno.

La preparazione teorica era limitata alle nozioni fondamentali della matematica e della geometria, ed era per lo più lasciata alla buona volontà del singolo. Le procedure più complesse, come la prospettiva, venivano spesso apprese per via empirica, senza conoscere a fondo i principi teorici che ne stavano alla base.

Le botteghe producevano opere secondo due logiche distinte: le opere su commissione, più impegnative e costose, avevano un contratto con il committente che stabiliva le caratteristiche dell’opera, i tempi di realizzazione, i materiali da impiegare e le modalità per il pagamento, lasciando di solito libertà sugli aspetti più artistici e di stile; le produzioni correnti, invece, erano opere prodotte senza commissione, poiché di minor impegno economico e di facile smercio, come cassoni nuziali o pezzi d’arredo.

Le produzioni correnti erano anche più semplici da realizzare, data la loro non necessaria unicità, si usava replicare le opere più importanti, quelle realizzate su commissione, favorendo l’assimilazione e la diffusione delle tecniche più innovative tra gli apprendisti della bottega.

Nel corso del periodo di apprendistato, l’artista acquisiva progressivamente maggiore responsabilità e peso nella creazione delle opere fino al momento di maturazione, raggiunto il quale l’artista poteva aprire una sua bottega, da solo o in società con altri artisti.

Normalmente gli artisti fiorentini, raggiunto il grado di maestro, s’iscrivevano alle varie corporazioni cittadine, come quella dei Medici e Speziali alla quale i pittori normalmente aderivano. Le corporazioni avevano il compito di regolare i rapporti tra i vari iscritti, di garantirne la preparazione e la qualità delle opere prodotte e, come spesso accadeva, procuravano nuove commissioni.


Arte senza cuore. Primavera senza sole.
Libero Bovio


La mia allegrezza è la malinconia.
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