Piero della Francesca

Sansepolcro, tra 1406 e 1412 - Sansepolcro, 1492

Piero della Francesca, vero nome Piero di Benedetto de’ Franceschi, è stato uno dei più grandi maestri della pittura del Rinascimento.

L’arte di Piero della Francesca fu influenzata dalla plasticità di Masaccio, dalle prospettive del Brunelleschi e dalla luce del Veneziano, con il quale lavorò a Firenze dal 1439.

Probabilmente svolse apprendistato nella bottega di Antonio di Anghiari, pittore a Sansepolcro. Le sue prime opere, realizzate a Firenze, sono la Madonna con Bambino, parte di una collezione privata, e il Battesimo di Cristo, conservato a Londra.

Tornato a Sansepolcro, nel 1442 svolse incarichi pubblici e, nel 1445, ricevette l’incarico di realizzare il Polittico della Misericordia, completato molti anni dopo e oggi conservato al Museo Civico della città.

Dal 1446 Piero viaggiò in diverse città italiane realizzando molte opere, alcune andate distrutte.

Nel 1450 soggiornò ad Ancona, dove realizzò la tavoletta di San Girolamo Penitente, conservata a Berlino. Dello stesso periodo è il San Girolamo e il donatore Girolamo Amadi, oggi nelle Gallerie dell’Accademia di Venezia.

Nel 1451 affrescò il Tempio Malatestiano a Rimini con Sigismondo Pandolfo Malatesta in preghiera davanti a San Sigismondo.

L’anno successivo, Piero della Francesca fu chiamato ad Arezzo per affrescare la Cappella Maggiore di San Francesco, dove avviò la realizzazione delle Storie della Vera Croce, completate nel 1466, dipingendo capolavori assoluti come l’Angelo, l’Annunciazione, la Morte di Adamo, il Cupido e la Tortura dell’ebreo.

Nel 1454, a Sansepolcro, stipulò il contratto per il Polittico di Sant’Agostino per l’altare dell’omonima chiesa, terminato solo nel 1469; diviso in più parti, è oggi conservato in vari musei e collezioni private nel mondo, e solo il San Nicola da Tolentino è in Italia, a Milano.

Dello stesso periodo sono anche il San Giuliano, oggi al Museo Civico di Sansepolcro, la Madonna del Parto, oggi nell’omonimo museo appositamente allestito a Monterchi, e la Crocifissione di New York.

Nel 1458, Piero della Francesca venne chiamato da papa Pio II a decorare alcune stanze del Palazzo Vaticano, ma i suoi affreschi furono distrutti dall’esecuzione di quelli di Raffaello.

Nel 1459 Piero doveva essere nuovamente a Sansepolcro, causa la morte del padre. In quel periodo realizzò l’affresco di San Ludovico di Tolosa e, forse, la Resurrezione, entrambe del Museo Civico di Sansepolcro. Probabilmente dipinse anche la Flagellazione di Cristo, custodita nella Galleria Nazionale delle Marche di Urbino.

Nei primi anni del 1460, Piero della Francesca era di nuovo ad Arezzo per completare le Storie della Vera Croce, dove realizzò il Profeta Ezechiele e il Profeta Geremia. Contemporaneamente dipinse l’affresco della Maria Maddalena nel Duomo della città.

Nel 1467 fu a Perugia, dove realizzò il Polittico di Sant’Antonio nell’omonimo convento.

Tra il 1469 e il 1472 Piero fu a Urbino, dove realizzò diverse opere alla corte del Duca. Celebre è il Doppio Ritratto dei Duchi di Urbino, oggi agli Uffizi, nel quale i coniugi sono ritratti di profilo uno di fronte all’altra.

A Urbino realizzò anche la Madonna di Senigallia, conservata nella Galleria nazionale delle Marche, e la Pala di Brera, conservata nell’omonima Pinacoteca a Milano.

In vecchiaia l’artista, ricco e stimato, si ritirò nella città natale. Le ultime opere realizzate sono la Natività, oggi a Londra, e la Madonna col Bambino e quattro Angeli di Williamstown. Lasciò anche e due scritti: il Libro d’Abaco e il Libellus de quinque corporibus regularibus.

Piero della Francesca morì a Sansepolcro il giorno dell’arrivo di Colombo in America, 12 ottobre 1492, e fu sepolto nella Badia di Sansepolcro.

La vera arte è dove nessuno se lo aspetta, dove nessuno ci pensa né pronuncia il suo nome. L'arte è soprattutto visione e la visione, molte volte, non ha nulla in comune con l'intelligenza né con la logica delle idee.
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Andando infinite anime di quelli miseri mortali, che nella disgratia di Dio morivano, all'inferno, tucte o la maggior parte si dolevono, non per altro, che per havere preso moglie essersi a tanta infelicità condotte.
Niccolò Machiavelli

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